La storia è questa

Intrecciamo relazioni con persone lontane, confidiamo i nostri segreti agli schermi, ci guardiamo bene dall’aprirci con chi è vicino, a meno che a cullare l’intimità non ci siano alcol o droghe; ci ammazziamo di lavoro, ci facciamo coccolare solo da cani e gatti. Mangiamo male, non facciamo movimento, dormiamo peggio. Se possiamo evitarlo non usciamo di casa. Obnubiliamo i sensi con la masturbazione, i cervelli con scarsa dialettica e tonnellate di serie TV. Soprattutto ci guardiamo bene dal dire la verità. Oppure la diciamo parzialmente agli altri per evitare di dirla totalmente a noi stessi.

 

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Io me li bevo come un liquore i trent’anni…

“Io mi diverto ad avere trent’anni, io me li bevo come un liquore i trent’anni: non li appassisco in una precoce vecchiaia ciclostilata su carta carbone.

Ascoltami, Cernam, White, Bean, Armstrong, Gordon, Chaffee: sono stupendi i trent’anni, ed anche i trentuno, i trentadue, i trentatré, i trentaquattro, i trentacinque!

Sono stupendi perché sono liberi, ribelli, fuorilegge, perché è finita l’angoscia dell’attesa, non è incominciata la malinconia del declino, perché siamo lucidi, finalmente, a trent’anni!

Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti.

Se siamo atei, siamo atei convinti.

Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna.

E non temiamo le beffe dei ragazzi perché anche noi siamo giovani, non temiamo i rimproveri degli adulti perché anche noi siamo adulti.

Non temiamo il peccato perché abbiamo capito che il peccato è un punto di vista, non temiamo la disubbidienza perché abbiamo scoperto che la disubbidienza è nobile.

Non temiamo la punizione perché abbiamo concluso che non c’è nulla di male ad amarci se ci incontriamo, ad abbandonarci se ci perdiamo: i conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli col prete dell’olio santo.

Li facciamo con noi stessi e basta, col nostro dolore da grandi.

Siamo un campo di grano maturo, a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita.

È viva ogni nostra gioia, è viva ogni nostra pena, si ride e si piange come non ci riuscirà mai più, si pensa e si capisce come non ci riuscirà mai più.

Abbiamo raggiunto la cima della montagna e tutto è chiaro là in cima: la strada per cui siamo saliti, la strada per cui scenderemo.

Un po’ ansimanti e tuttavia freschi, non succederà più di sederci nel mezzo a guardare indietro e in avanti, a meditare sulla nostra fortuna: e allora com’è che in voi non è così?

Com’è che sembrate i miei padri schiacciati di paure, di tedio, di calvizie?

Ma cosa v’hanno fatto, cosa vi siete fatti?

A quale prezzo pagate la Luna?

La Luna costa cara, lo so.

Costa cara a ciascuno di noi: ma nessun prezzo vale quel campo di grano, nessun prezzo vale quella cima di monte.

Se lo valesse, sarebbe inutile andar sulla Luna: tanto varrebbe restarcene qui.

Svegliatevi dunque, smettetela d’essere così razionali, ubbidienti, rugosi!

Smettetela di perder capelli, di intristire nella vostra uguaglianza!

Stracciatela la carta carbone.

Ridete, piangete, sbagliate.

Prendetelo a pugni quel Burocrate che guarda il cronometro.

Ve lo dico con umiltà, con affetto, perché vi stimo, perché vi vedo migliori di me e vorrei che foste molto migliori di me.

Molto: non così poco.

O è ormai troppo tardi?

O il Sistema vi ha già piegato, inghiottito?

Sì, dev’esser così”

Oriana Fallaci

Fonte:

Io me li bevo come un liquore i trent’anni…